Quello che imparo dalle persone che incontro in seduta
di Luisiana Garau
Nel mio lavoro ascolto spesso storie in cui, all'apparenza, non è successo niente. Nessuna violenza, nessun abbandono, nessuna mancanza evidente. Eppure la persona che ho davanti porta addosso una sofferenza antica, che non sa nemmeno come chiamare. Qualche tempo fa, in seduta, un mio paziente ha messo parole su qualcosa che molti adulti sentono senza riuscire a dire: "Io per i miei genitori ero una responsabilità, un figlio da gestire"
È una frase che racconta cosa significa avere genitori emotivamente assenti: una ferita silenziosa, chiamata anche trascuratezza emotiva, difficile da riconoscere proprio perché sulla carta è andato tutto bene.
Quando si parla di trascuratezza, si pensa a un bambino lasciato solo, senza cibo o senza cure. Esiste però una trascuratezza molto più sottile: quella in cui i bisogni pratici del bambino sono soddisfatti, ma i suoi bisogni emotivi restano senza risposta. Il bambino mangia, va a scuola, è vestito, rispetta le regole. Nessuno, però, si chiede cosa senta, cosa gli piaccia, di cosa abbia paura, chi sia davvero.
In questi casi i genitori fanno ciò che "si deve fare": rispettano i principi dell'educazione, adempiono a un compito. Ma accudire per dovere non è lo stesso che accudire per attenzione, e la differenza il bambino la sente, anche se non ha le parole per spiegarla.
Il cuore della questione sta in una distinzione semplice e potentissima. Un figlio vissuto come responsabilità è qualcuno da gestire: va nutrito, controllato, indirizzato, "fatto crescere bene".
Un figlio visto come persona è qualcuno da conoscere: ha un carattere, dei gusti, delle paure, un modo suo di stare al mondo, anche quando non coincide con le aspettative dei genitori.
Lo psicoanalista Donald Winnicott parlava di genitore "sufficientemente buono": non perfetto, ma capace di rispondere ai bisogni reali del bambino. Peter Fonagy, con il concetto di mentalizzazione, ha mostrato che il bambino costruisce il senso di sé guardandosi nella mente dell'adulto. Se quella mente è occupata a "fare il genitore" e non a pensare a lui, il bambino non trova un riflesso in cui riconoscersi.
Questa sofferenza non ha un evento da indicare. Non c'è un "fatto" da raccontare, c'è un'assenza: l'assenza di uno sguardo attento. Per questo, da adulti, molti pensano di non avere diritto a stare male: "I miei hanno fatto il possibile, non mi è mai mancato niente". Spesso la consapevolezza arriva solo in terapia, quando si è invitati a ricordare l'infanzia e si scopre che, tra i ricordi, mancano i momenti in cui qualcuno ci ha chiesto davvero come stavamo.
La persona sul mio divano ha notato che crescendo avrebbe potuto ripercorrere 3 possibili strade:
In tutti e tre i casi manca lo stesso ingrediente: la possibilità di essere stato visto prima di dover essere bravo. Chi si riconosce in questo quadro spesso si porta dietro anche una fragile autostima e una tendenza all'ansia.
Ciò che questa storia mi ha insegnato è che la qualità delle cure non si misura da ciò che viene dato, ma da ciò che viene visto. Un bambino può avere tutto e restare comunque solo. E può avere poco, ma sentirsi pensato. Il bisogno fondamentale non è essere gestito bene: è essere riconosciuto.
Se sei genitore, o lo diventerai, puoi cominciare da gesti piccoli e concreti:
Riconoscerlo non significa accusare i tuoi genitori: spesso hanno trasmesso ciò che a loro stessi era stato dato. Significa però smettere di dire "non ho motivo di stare male". La tua sofferenza è reale anche se non ha un colpevole evidente. Un percorso psicologico può aiutarti a ricostruire ciò che nessuno ha guardato, a dare un nome ai tuoi bisogni e, finalmente, a occuparti di chi sei.
Se hai bisogno di capire cosa ti sta succedendo, non devi restare solo con queste sensazioni: contattami per un primo colloquio.
Dottoressa Luisiana Garau, psicologa a Cagliari
Via San Fermo 3B
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