Quello che imparo dalle persone che incontro nelle sedute: La teoria dei Post-It. Chi siamo sotto tutte le etichette

Questo è il primo di una serie di articoli un po’ diversi dal solito.

Nascono da quello che imparo ogni giorno nel mio lavoro. Perché sì, è vero che accompagno le persone nei loro percorsi, ma è altrettanto vero che ogni incontro mi lascia qualcosa. A volte sono intuizioni, a volte immagini, a volte piccoli pezzi di verità che meritano di essere condivisi.

Quella di oggi è una di queste.

“Mi sento come coperto di post-it”

Durante una seduta, una persona mi ha detto una cosa che mi è rimasta addosso:

“È come se da quando ero piccolo mi avessero attaccato addosso un sacco di post-it. Su ognuno c’è scritto qualcosa su di me: timido, insicuro, egoista… anche cose positive, eh. Però alla fine non vedo più me stesso. Vedo solo quei post-it.”

Mi è sembrata un’immagine potentissima. Così abbiamo iniziato a chiamarla, quasi per gioco, la teoria dei post-it.

Le etichette che impariamo a indossare

Fin da piccoli veniamo descritti, interpretati, definiti. Spesso da chi ci vuole bene. Altre volte da chi, semplicemente, non sa fare diversamente.

“Sei timido.”
“Sei sempre il solito.”
“Sei quello sensibile.”
“Sei difficile.”

Ogni frase è un piccolo post-it che qualcuno ci attacca addosso.

Il punto non è che siano sempre sbagliati. Il punto è che, col tempo, rischiamo di confonderli con la nostra identità.

Non ci chiediamo più: “È davvero così?”
Iniziamo a pensare: “Io sono così.”

Quando non ci vediamo più

Se i post-it aumentano, succede qualcosa di sottile ma importante: iniziamo a non vedere più quello che c’è sotto.

Non vediamo più la persona, ma la somma delle etichette.

E spesso quelle etichette diventano anche aspettative: non solo gli altri si aspettano che noi siamo in un certo modo, ma iniziamo a comportarci di conseguenza, anche quando ci sta stretto.

È una forma silenziosa di adattamento.

Il lavoro più difficile: togliere i post-it

Nel percorso, a un certo punto, può iniziare un lavoro delicato: staccare quei post-it.

Ma non è semplice come sembra.

Per ogni etichetta, infatti, ci sono almeno due passaggi:

  • riconoscere che è un post-it (e non una verità assoluta);
  • capire se ci rappresenta davvero oppure no.

Alcuni post-it vengono via facilmente.
Altri sembrano incollati alla pelle.

Alcuni fanno male a lasciarli andare, perché in qualche modo ci hanno dato una forma, un posto nel mondo.

E quando gli altri non accettano il cambiamento

C’è poi un altro aspetto, spesso ancora più complesso.

Quando iniziamo a toglierci i post-it, non sempre chi ci sta intorno è pronto a vederci diversi.

Perché ognuno di noi esiste anche nello sguardo degli altri.

E se qualcuno ha sempre pensato che tu fossi “quello timido”, potrebbe fare fatica ad accettare che tu inizi a occupare spazio, a esporti, a cambiare.

In certi casi, può persino cercare – consapevolmente o meno – di riattaccarti quel post-it.

Chi sei senza etichette?

Forse la domanda più difficile, alla fine, è questa:

chi sei tu, sotto tutti quei post-it?

Non è una risposta immediata.
Non è nemmeno una risposta definitiva.

È qualcosa che si scopre piano, togliendo uno strato alla volta, con pazienza, con fatica, ma anche con una certa meraviglia.

Perché sotto, spesso, c’è molto più di quello che ci è stato detto.

Un piccolo esercizio

Se ti va, puoi provare questo.

Prendi un foglio e scrivi alcuni “post-it” che senti di avere addosso: parole, etichette o definizioni che ti sono state dette o che hai interiorizzato nel tempo.

Poi, per ciascuno, prova a chiederti:

  • Da dove arriva questa definizione?
  • Mi appartiene ancora oggi?
  • In quali momenti mi aiuta, e in quali mi limita?
  • Se non l’avessi mai ricevuta, come mi racconterei?

Non è un esercizio per “cancellare” qualcosa, ma per iniziare a distinguere ciò che è tuo da ciò che ti è stato attribuito.

Quello che questo lavoro insegna (anche a me)

Se c’è una cosa che questo percorso mi ha insegnato – e continua a insegnarmi – è che le persone sono sempre molto più complesse, profonde e sorprendenti delle etichette che portano.

E che, a volte, il cambiamento non è diventare qualcosa di nuovo, ma tornare a vedere quello che c’è sempre stato sotto tutti quei post-it.

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