Autostima: 6 esercizi pratici da fare a casa
Di Luisiana Garau, psicologa. Pubblicato il 8
Quando si parla di autostima si pensa subito a frasi da ripetere allo specchio o a "volersi più bene". Il problema è che per chi ha un'autostima fragile queste formule spesso non funzionano: alcuni studi hanno mostrato che ripetersi affermazioni positive troppo lontane da ciò che si crede davvero può addirittura peggiorare l'umore. L'autostima non si costruisce con le parole, ma con l'esperienza: con ciò che fai, con come ti parli e con le prove che raccogli su di te.
Che cos'è davvero l'autostima
È il giudizio, spesso inconsapevole, che hai di te stessa o di te stesso. Non coincide con la sicurezza né con l'arroganza: una persona può essere brillante e avere un'autostima bassissima. Si regge su tre pilastri: il valore che ti riconosci a prescindere dai risultati, la fiducia nelle tue capacità e la coerenza tra ciò che dici di volere e ciò che fai. Gli esercizi che seguono lavorano su questi tre punti, e si possono fare a casa, con carta e penna, in pochi minuti al giorno.
6 esercizi pratici per rafforzare l'autostima
1. Il diario dei fatti, non dei giudizi
Ogni sera scrivi tre cose che hai fatto, anche piccole (ho risposto a quella mail rimandata, ho cucinato, ho chiesto aiuto). Scrivi solo fatti, senza aggettivi come "finalmente" o "solo". La mente con bassa autostima scarta le prove a favore; il diario le obbliga a restare sulla pagina. Dopo due settimane rileggile tutte insieme.
2. Separare la voce critica dai fatti
Quando ti accorgi di un pensiero come "sono incapace", scrivilo e dividi la pagina in due colonne: a sinistra ciò che è accaduto (osservabile da chiunque), a destra ciò che la voce critica ne ha concluso. Poi chiediti: direi la stessa frase a una persona a cui voglio bene? Se no, riscrivila come la diresti a lei. Non è pensiero positivo: è precisione.
3. L'esperimento comportamentale
Scegli una previsione che ti frena (es. "se dico di no, si arrabbieranno") e scrivila con una percentuale di quanto ci credi. Poi metti alla prova la versione più piccola possibile, per esempio rifiutare una richiesta di poco conto. Annota cosa è successo davvero e ricalcola la percentuale. È uno degli strumenti più efficaci della terapia cognitivo-comportamentale, perché sostituisce il ragionamento con l'esperienza.
4. Le promesse piccole mantenute
La fiducia in sé nasce dalla coerenza. Fai a te stessa o a te stesso una promessa minuscola e certa (dieci minuti di camminata, un cassetto da riordinare) e mantienila per sette giorni di fila. Ogni promessa rispettata è una prova concreta che di te ci si può fidare. Meglio una promessa banale mantenuta che un grande obiettivo abbandonato.
5. La mappa delle aree di valore
Se il tuo valore dipende da una sola area (il lavoro, l'aspetto, essere indispensabile agli altri), ogni inciampo in quell'area ti crolla addosso. Elenca almeno cinque aree in cui conti qualcosa: relazioni, curiosità, onestà, senso dell'umorismo, competenze, cura per gli altri. Distribuire il proprio valore su più aree rende l'autostima più stabile.
6. Imparare a ricevere un complimento
Quando qualcuno ti fa un complimento, resisti all'impulso di sminuirlo ("ma figurati, è stata fortuna"). Rispondi solo "grazie" e poi annotalo la sera. Sembra un esercizio da niente, ma interrompe l'abitudine di respingere le informazioni positive su di sé.
Come inserirli nella tua settimana
Non farli tutti insieme. Comincia con il diario dei fatti e una promessa piccola per due settimane; aggiungi poi l'esercizio sulla voce critica e, quando ti senti pronta o pronto, l'esperimento comportamentale. Contano la regolarità e la ripetizione, non l'intensità: l'autostima cambia lentamente, come cambia un'abitudine.
Quando serve l'aiuto di uno psicologo
Se la svalutazione di te è costante, ti impedisce di studiare, lavorare o stare nelle relazioni, o si accompagna a tristezza profonda, ansia o vergogna che non passano, gli esercizi da soli possono non bastare. Una psicoterapia permette di capire da dove nasce quel giudizio e di lavorarci in modo mirato. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza: è già un atto di stima verso sé stessi.
A chi ogni sera ricorda ciò che non ha fatto, e dimentica quanto ha portato avanti.
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